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11 settembre 2013 - La news ha avuto 21 visite
Pensioni: evidenti squilibri nella spesa previdenziale - Analisi Confartigianato

Pensioni: evidenti squilibri nella spesa previdenziale – Analisi Confartigianato

 

Se probabilmente è vero che con la riforma Fornero è stata fortemente blindata la spesa pensionistica nel medio – lungo periodo, è altrettanto vero che all’interno della attuale spesa pensionistica si evidenziano diversi evidenti squilibri tali da poter anche generare nel medio periodo, se non opportunamente corretti, il rischio di un default pensionistico.

E’ quanto si evince da uno studio realizzato da Confartigianato che ha in particolare approfondito i dati su pensioni e pensionati contenuti nel Terzo Rapporto di Coesione Sociale  (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Istat – Inps 2012).

Il primo dato che emerge dallo studio è che il sistema pensionistico attuale è abbastanza generoso, in particolare con le pensioni medio alte. Nel dettaglio si osserva che, a fronte di un importo medio di pensione per 1.330 euro/mese, solo il 4% dei pensionati beneficia di un assegno superiore a 3.000 euro al mese, generando il 14,3% della spesa (la spesa totale ammonta a 266 miliardi di euro) e, soprattutto, oltre la metà (il 52,3%) dell’incremento delle pensioni rispetto all’anno precedente (l’incremento totale in valore assoluto è pari a 7,5 miliardi di euro).

Detto in altre parole, l’incremento percentuale della spesa pensionistica 2010-2011 ammonta a + 1,6% per le pensioni sotto i 3.000 euro ed a +11,6% per quelle sopra tale soglia!

La generosità del nostro sistema pensionistico è evidenziata anche da un’ulteriore analisi: il raffronto con gli altri sistemi pensionistici europei.

La pensione pro capite per un ultrasessantacinquenne è, nell’Area Euro, pari ad € 20.147, mentre il PIL pro capite ammonta ad euro 27.700 (l’incidenza di dette pensioni sul PIL è pari al 72,7%).

In Italia invece tale incidenza sale al 78,7% (PIL pro capite per abitante pari ad € 25.700, pensione pro capite per anziano pari ad € 20.216), valore che è di ben 16,3 punti più alto rispetto alla Germania (solo 4 Stati dell’Area Euro presentano un valore maggiore del nostro).

Ulteriore prova della generosità del nostro sistema pensionistico è data dal raffronto con il debito pubblico. In tutti i Paesi dell’Unione vi è una correlazione positiva che abbina alti livelli del debito pubblico a pensioni medie in rapporto al Pil relativamente più elevate. L’Italia, in questa analisi, si colloca nel quadrante cui corrispondono i livelli più alti di entrambe le variabili esaminate. Tale posizionamento del nostro Paese evidenzia un relativamente più elevato livello dei redditi pensionistici a favore degli anziani di oggi a fronte di un elevato debito pubblico lasciato in eredità, inevitabilmente, alle generazioni future.

L’analisi arriva alla conclusione che, se l’incidenza delle pensioni per anziano sul Pil pro capite del nostro Paese fosse in linea con quanto rilevato per l’Area Euro, il risparmio della spesa per pensioni sarebbe di circa 19 miliardi l’anno.

L’alto costo pensionistico nel medio – lungo termine ha poi due aggravanti che pongono a rischio la sostenibilità del sistema: un quadro macroeconomico in netto peggioramento e la già alta età pensionabile (nel senso che l’età pensionabile non è più una variabile manovrabile per ulteriori riforme previdenziali).

L’analisi di Confartigianato sui costi pensionistici si conclude poi ponendo sotto i riflettori l’abnorme privilegio rappresentato dai cosiddetti “baby pensionati”. Lo studio evidenzia che in Italia vi sono 531.752 pensioni concesse a lavoratori con meno di 50 anni di età: questi baby pensionati rimangono in pensione, in media, per 40,7 anni (il 48% della vita), ricevendo un trattamento pensionistico più lungo di un pensionato medio pari a 15,7 anni.

Confartigianato (utilizzando dati Inps ed Eurostat) ha calcolato che, se questo abnorme privilegio – la maggior durata della pensione equivale a 191 mesi di maggiore quiescenza rispetto alla media dei lavoratori – fosse stato ridotto dal legislatore di meno di un quarto, si sarebbero potute liberare risorse per ridurre la pressione fiscale di un ammontare tale da azzerare il fiscal gap con l’Europa (2,4 punti, frutto di una pressione fiscale in Italia pari al 44,6% rispetto al 42,1% dell’Eurozona). 

 

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