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23 febbraio 2011 - La news ha avuto 20 visite
Osservazioni del Cupla Macerata alla proposta di Piano Socio Sanitario della Regione Marche ( 2010 / 2012 )

Osservazioni del Cupla Macerata alla proposta di Piano Socio Sanitario della Regione Marche ( 2010 / 2012 )

 

Osservazioni

alla proposta di Piano Socio Sanitario della Regione Marche ( 2010 / 2012 )

( inviate dal CUPLA Macerata alla Va Commissione assembleare permanente della RegioneMarche )

 

Dopo la lettura della proposta di Piano Socio Sanitario ci siamo chiesti a cosa servono questi atti di programmazione. Lo scriviamo senza alcuno spirito polemico ma con l’unico desiderio di capire.

Tentiamo di riflettere su questo perché dopo l’abbuffata di pagine del PSR 2007-2009 e l’emanazione, l’anno successivo, del Piano Sociale 2008-2010, ora parte l’iter di un nuovo Piano integrato socio-sanitario che ci accompagnerà fino al 2012.

Dalla lettura del nuovo piano ci sembra di capire che il Governo Regionale non vuole prendere impegni così da evitare di essere accusato di disattenderli.

Appare in ogni caso sempre più chiaro il cambiamento di prospettiva degli atti di programmazione. La paura di non mantenere fede agli impegni – e dunque l’essere accusati d’inadempienza – produce quindi documenti d’indirizzo generale, pieni di dati, e scarsissimi in termini di obiettivi programmatici per il periodo di vigenza.

Pensiamo che l’attuale Piano riporta pagine su pagine che ripetono e ricapitolano questioni mille volte scritte e dette; un’ipertrofia della parola a discapito della chiarezza degli obiettivi e del conseguente impegno finanziario.

In riferimento a questo atto ci atterremo ad aspetti generali che riguarderanno soprattutto la parte dei cosiddetti servizi socio-sanitari. Affermiamo subito che questo atto dice ancora meno del precedente PSR; in meno di quattro pagine vengono "pianificate" le azioni riguardo l’area materno infantile, adolescenti e giovani, disabilità (11 righe), salute mentale (12 righe), dipendenze patologiche, anziani, altre fragilità (lotta disuguaglianze, salute immigrati fragili, accompagnamento fragilità, contrasto violenza donne).

Ci siamo allora chiesti, in questo atto di programmazione cosa trova una famiglia da qui al 2012.

– Cosa dire ad una famiglia che deve assistere a domicilio un proprio congiunto affetto da una malattia molto grave che necessità di una presa in carico infermieristica, riabilitativa, specialistica; può sperare di avere in tutta la Regione un servizio, capace di effettuare un’effettiva presa in carico, calibrato su 12 ore con reperibilità festiva e prefestiva? Oppure deve continuare, se ha i mezzi, ad affidarsi a prestazioni a pagamento?

Il documento predisposto dalle cabine di regia, quali innovazioni porterebbe, se approvato, rispetto alla situazione attuale? Esiste una linea di finanziamento specifica e vincolata che la Regione destina per le cure domiciliari così che in tutte le Zone possa essere assicurato un livello minimo di prestazioni?

– Cosa dire ad una famiglia con al suo interno un malato di Alzheimer che necessita di un centro diurno o di una struttura residenziale; nel Piano è prevista la definizione dei posti da realizzare e delle regole di funzionamento?

La famiglia continuerà a dover rivolgersi a strutture inadeguate senza standard assistenziali determinati? Dovrà, a malincuore, continuare a pensare, che in questa Regione non ci sono più di una qualche decina di posti residenziali dedicati specificatamente a questa malattia?

– Cosa dire ad una famiglia che vive a|l’interno di un Ambito territoriale sociale nel quale i singoli Comuni non gestiscono in forma associata i servizi e dunque non esiste una rete territoriale di interventi ?

– Cosa dire ad una famiglia che vive in un Comune che non eroga il servizio di assistenza domiciliare e dunque non può fruirne, presente invece dalla parte opposta della strada, territorio di un altro Comune?

– Cosa dire ad una famiglia il cui figlio, frequentante la scuola, ha una grave disabilità intellettiva e fruisce di alcune ore di assistenza educativa scolastica (la cosiddetta assistenza per l’autonomia e la comunicazione), ma all’operatore che effettua questo servizio non sono richiesti requisiti professionali specifici. Dunque di anno in anno si trova, a fronte della complessità dell’intervento, con qualifica indefinita?

Altri esempi, in area salute mentale, riabilitazione, si sarebbero potuti fare ma crediamo questi possano bastare.

Dunque queste famiglie vi troveranno una qualche risposta? A nostro avviso, non troveranno sostanzialmente nulla; se non il continuo rimando a provvedimenti in via di emanazione o già emanati. Ma se questi atti non definiscono o non hanno definito nulla, se sono dunque altri gli atti fondamentali della programmazione, a cosa serve un nuovo Piano?

Crederci ancora?

Siamo fortemente preoccupati perché tutte queste cose potevano essere fatte se si volevano fare e invece così non è stato. Inoltre, in riferimento al minor trasferimento delle risorse economiche dal Governo Centrale alle Regioni, questa nostra preoccupazione trova maggior consistenza.

Quali conseguenze ne deriveranno alla nostra realtà Provinciale?

Diciamo tutto questo perché noi pensionati e non solo, desideriamo, almeno ai livelli regionale e locale, una politica intelligente per rilanciare la politica socio-sanitaria.

Alcune considerazioni finali:

la questione dell’equilibrio economico, fatto positivo che ha annoverato la nostra Regione fra quelle virtuose, ossia fra quelle che hanno risanato il debito degli ultimi anni ( circa 150 milioni di Euro ) confermando un percorso programmato di riduzione del deficit finanziario, in un quadro di garanzia degli stanziamenti trasferiti dal Fondo Sanitario Nazionale. Questo ci impone una verifica rispetto al passato: ma se oggi con meno risorse si erogano servizi migliori e più efficaci, facendo fronte anche a vecchi disavanzi, che cosa è successo nei bilanci precedenti? Senza rispondere che queste responsabilità appartengono a governi precedenti, occorre invece analizzare e denunciare quanto è successo per non ricadere più negli stessi errori.

La nostra società ha una speranza di vita sempre più lunga, le Marche sono una regione fra le più longeve al mondo; ciò comporta che la situazione sanitaria dovrà far fronte a maggiori e più costosi interventi. E’ evidente che il numero di non autosufficienti tenderà ad aumentare parimenti alla richiesta di maggiore assistenza. E’ altrettanto chiaro che l’interesse dell’anziano è quello di rimanere più a lungo possibile presso la propria abitazione.

Un aspetto fondamentale da considerare è il sostegno finanziario; la legge sulla non autosufficienza va finanziata e se possibile migliorata, aumentando l’assegno di cura mensile (oggi di € 200).

Ciò permetterebbe alla famiglia di assistere direttamente o tramite una badante la persona

non autosufficiente senza ricorrere alle strutture assistenziali esistenti.

Pertanto, siamo a chiedere una politica seria verso l’anziano, in particolare per quanto riguarda la non autosufficienza, affinché la persona rimanga più a lungo possibile presso il suo domicilio.

Va sottolineato che il costo dell’assistenza socio-sanitaria domiciliare presso l’abitazione ha

costi molto inferiori alla permanenza in case protette, in residenze sanitarie o strutture ospedaliere.

Occorre poi affrontare in maniera seria la questione delle badanti. Gran parte di queste non ha alcuna professionalità ( neanche minima ) e non è preparata ad assistere una persona non autosufficiente senza considerare la questione del lavoro nero.

in termini di assistenza, in caso di una persona ricoverata, non sempre, ma molto spesso,

alle famiglie viene richiesta una presenza notturna. Dal punto di vista sanitario questa situazione è da superare perché è anche una questione di civiltà; è assolutamente necessario andare ad una strutturazione dei vari servizi in maniera più aderente alle varie necessità.

Non è più possibile continuare ad avere un servizio sanitario ed uno per le politiche sociali, e poi volta per volta inventarsi uno strumento per il servizio socio-sanitario. Le cabine di regia sono solo un palliativo ma non risolvono il problema: occorre costruire una struttura dedicata al socio-sanitario.

Rinnoviamo, in conclusione, la proposta che facciamo da anni: la collaborazione fattiva con gli Ambiti Territoriali e l’ASUR.

Il nostro Coordinamento di sette organizzazioni con oltre 400 uffici dislocati nel territorio marchigiano, può diventare un servizio suppletivo di informazione diretto a tutti i cittadini senza costi per l’Amministrazione Pubblica.

 

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