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29 settembre 2010 - La news ha avuto 42 visite
Il comparto edilizia ancora nel tunnel della crisi: l’analisi di Confartigianato Imprese Macerata

Il comparto edilizia ancora nel tunnel della crisi: l’analisi di Confartigianato Imprese Macerata

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Dai dati del comparto delle costruzioni nelle Marche, con la perdita nel 2009 di 2650 posti di lavoro, il raddoppio delle imprese fallite, il saldo tra imprese iscritte ed imprese cessate negativo, – 430, il calo degli investimenti nelle costruzioni del 10%, la diminuzione dei bandi di gara per lavori pubblici del 71%, la diminuzione di transazioni immobiliari di oltre il 28%,  vediamo che il  momento è più difficile di quanto sembra (dati Unioncamere).

Escluse alcune rare zone della nostra Regione dove c’è sempre un po’ di richiesta di abitazioni, per il resto il mercato immobiliare del "nuovo" è praticamente fermo.

Il tessuto imprenditoriale regionale nel settore delle costruzioni è formato da piccole imprese, molte delle quali altamente specializzate nei vari segmenti costruttivi e proprio per questo vulnerabili e suscettibili al periodo di crisi strutturale in atto. Mercato che ha da scontare alcuni fenomeni locali e settoriali.

Primo fra questi è stato il richiamo di molte imprese alla ricostruzione post-terremoti del 1997 di Marche e Umbria, terminata nel 2007/2008 dove molti imprenditori, non sempre sufficientemente qualificati, si sono avvicinati attratti dalla facilità di reperire commesse, molte delle quali realizzate a tariffa da prezzario regionale, senza fare né sconti né preventivi. Nell’ultimo anno, terminata la ricostruzione con fondi pubblici, questi imprenditori si sono dovuti reinserire nel mercato tradizionale, cercando commesse, facendo preventivi nel più classico libero mercato tradizionale.

La mancanza poi di una legge che regolamenti l’accesso alla professione di imprenditore edile ha introdotto con facilità molti nuovi neoimprenditori che hanno in qualche modo inflazionato il settore, molto spesso senza averne le competenze giuste ed adeguate come la categoria del costruttore edile richiede.

Giacciono in Parlamento diverse proposte di legge delle quali Confartigianato ha più volte sollecitato l’approvazione, inviando emendamenti e correttivi utili al settore ed al mercato.

La contraddizione è forte se si pensa che da una parte i costruttori sono tenuti ad innumerevoli regole ed adempimenti per avviare un cantiere; per montare impalcature, piattaforme aeree e gru, occorre addirittura (giustamente) effettuare un corso obbligatorio. Dall’altra per entrare a far parte della categoria degli imprenditori edili non serve nulla, nessun requisito né professionale, né altro.

Un altro fenomeno che il settore non può più sopportare è la rincorsa sfrenata alla procedura del "massimo ribasso" da parte degli Enti Locali. Assistiamo a gare pubbliche con ribassi a volte superiori al 50% dal prezzario regionale.

Questa tendenza "ribassista" non è garanzia di qualità e di esecuzione dell’opera, non può esserlo, complica la vita alla pubblica amministrazione e, soprattutto, allunga i tempi di esecuzione e di pagamento ai subappaltatori e  fornitori, innescando solo contenziosi.

A volte non è importante risparmiare risorse, ma abbreviare i tempi di realizzazione ad esempio, garantendo la migliore pratica di sicurezza nel luogo di lavoro. A volte può essere il "sistema dell’offerta econimicamente più vantaggiosa", secondo noi, il meccanismo di gara pubblica più garantista.

Inoltre le istituzioni locali devono avere più coraggio nel difendere le imprese locali, limitando il più possibile la partecipazione agli appalti pubblici alle imprese con sedi molto distanti dalla nostra regione: il cosiddetto fenomeno del "turismo degli appalti" spesso non è garanzia di efficienza ed economicità: trasferte, logistica, sede decentrata non possono darla.

L’inflazione di abitativo fermo sul mercato è dovuto anche ad una politica espansiva eccessiva ed esasperata nella revisione dei PRG, effettuata negli ultimi anni da parte di molti Comuni della nostra regione, creando a dismisura nuovi volumi non sempre necessari allo sviluppo di quella comunità, nuove aree edificatorie, pensando di rendere un servizio ai cittadini ed ai costruttori locali, senza capire che un nuovo quartiere equivale a nuovi costi per la pubblica amministrazione e, quindi, per i cittadini, inflazionando così il mercato.

Nelle zone più critiche crediamo sia opportuno pensare al social housing in modo innovativo: reperire immobili invenduti dal privato destinati al mercato tradizionale e destinarli all’edilizia economica e popolare.

Ci si aspettava un effetto "spinta alla ripresa" dal cosiddetto "Piano Casa" di cui alla L.R. 22/09 che però non è arrivato. Confartigianato aveva preannunciato in sede istituzionale la mancanza di elementi minimi per dare una spinta al settore con questa legge. Ma non siamo stati ascoltati. Ora a distanza di un anno giacciono in Regione almeno quattro proposte di modifica alla legge sul  "Piano Casa". E’ segno di inadeguatezza della norma e di mancata concertazione. Ma vediamo, secondo noi, cosa manca alla Legge Regionale sul Piano Casa.

Alleggerire l’applicazione del protocollo ITACA, l’eccessivo costo progettuale per un piccolo ampliamento ne vanificherebbe l’interesse. Tagliare il costo degli oneri di urbanizzazione, laddove si intende intervenire per un piccolo ampliamento le opere di urbanizzazione sono state già pagate e realizzate. Allargare il cambio di destinazione d’uso alle zone artigianati, commerciali ed industriali. Aumentare la percentuale di ampliamento al 35/40%, alcune regioni lo hanno già proposto. Infine creare incentivi per la ristrutturazione delle facciate nei centri storici, un meccanismo che in passato ha funzionato.

Se infine analizziamo la legislazione nazionale approvata in questi ultimi giorni per il settore delle costruzioni, siamo ancora una volta "colpiti al cuore". La tracciabilità dei flussi finanziari sui lavori pubblici e la ritenuta alla fonte sui bonifici relativi ai lavori di ristrutturazione edile e sulle riqualificazioni energetiche degli edifici usufruendo delle detrazioni rispettivamente del 36% e del 55%, sono due provvedimenti vessatori che penalizzano soprattutto le piccole imprese. Non si capisce quale sia la "ratio" di una ritenuta su di una procedura il cui tracciato è già evidente e, soprattutto, quale sia l’utilità del monitoraggio di piccoli acquisti su lavori pubblici di piccola dimensione. Non siamo contro il provvedimento con obiettivi importanti e nobili, ma lo riteniamo del tutto inutile e dannoso se applicato ad opere di modesta entità.

Ora più che mai crediamo che si debba ascoltare la viva voce dei piccoli imprenditori del settore delle costruzioni, abbiamo idee e proposte, consigli e strategie, la crisi a volte aiuta ad essere più creativi e propositivi, ma occorre che qualcuno ci ascolti.

 

 

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