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13 giugno 2007 - La news ha avuto 61 visite
LA PROTESTA DELLE P.M.I. MACERATESI IN MATERIA DI POLITICA FISCALE

LA PROTESTA DELLE P.M.I. MACERATESI IN MATERIA DI POLITICA FISCALE

 

Gli "indici di normalità economica" introdotti dal Governo, stravolgendo completamente gli studi di settore, mettono seriamente a rischio il futuro di migliaia di imprese e dell’intera economia provinciale

Martedì 12 giugno 2007, su iniziativa di Confartigianato Imprese Macerata e con la condivisione di Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Casartigiani e C.N.A. provinciali, una delegazione unitaria di dette associazioni si è recata dal Prefetto di Macerata per far presente la forte preoccupazione per lo stato di disagio e di malessere che si registra nel mondo della piccola e media impresa a causa della vessatoria politica fiscale messa in campo dal Governo. Per la Confartigianato erano presenti il Presidente Folco Bellabarba, il Segretario Giuliano Bianchi, il Vice Segretario Giuseppe Tesei, il responsabile dell’Area Sindacale Giorgio Menichelli e la responsabile dell’Area Fiscale Mirella Ascani.

Il Presidente Folco Bellabarba ha così sintetizzato le motivazioni della protesta:

<< La PRESSIONE FISCALE ha raggiunto in Italia livelli insopportabili ed intollerabili.

Il debito pubblico abnorme, i parametri di Maastricht, i conti dissestati lasciati dai governi precedenti, la minaccia di dover tagliare la spesa sociale, l’eccesso di evasione ed elusione fiscale sono solo alcuni degli "alibi" che vengono chiamati in causa per giustificare la crescente pressione fiscale. Nessuno però prende seriamente in considerazione l’ipotesi che i conti pubblici in ordine si possono ottenere anche in altri modi, agendo magari sugli eccessi e sprechi della spesa pubblica, sul "dimagrimento" dei pletorici organici della Pubblica Amministrazione, sulla riduzione degli abnormi "costi della politica".

E comunque, quando c’è da incrementare le "entrate", il bersaglio prediletto è sempre quello rappresentato dal mondo dell’impresa e del lavoro autonomo, con la giustificazione che lì si annida l’evasione.

Ribadiamo con forza che l’economia sommersa è un’intollerabile piaga della società contro la quale tutti debbono lottare considerati non solo l’aspetto morale, ma anche e soprattutto gli effetti perversi generati (danni alle finanze pubbliche, assenza di tutele per i lavoratori interessati, concorrenza sleale tra le imprese).

Quello che però è veramente intollerabile è che si continui a credere (ed a far credere) l’esistenza dell’equazione : lavoro sommerso = evasione fiscale = imprese.

Il sommerso c’è, si annida sicuramente in molte imprese, ma esiste con altrettanta certezza in tanti altri settori del sociale attraverso, ad esempio, il "secondo lavoro" in nero.

E, per quanto concerne il mondo del lavoro autonomo, va sottolineato con forza che esistono pseudo-imprese fantasma. E’ palese che le azioni di contrasto possono esser più facilmente rivolte verso "entità note e visibili" ( rintracciabili in quanto dotate di partita Iva, che le tasse, magari non tutte quelle dovute, comunque le pagano) piuttosto che verso "entità invisibili ed ignote" ( ove invece vive l’abusivismo totale e quindi l’evasione totale ) ma non per questo lo Stato può decidere di rinunciare ad una lotta difficile tentando di compensarne gli effetti (il gettito ridotto) vessando i contribuenti che già pagano.

Non bastavano gli aumenti dei contributi previdenziali, la nuova curva delle aliquote IRPEF, gli aumenti delle addizionali locali e delle tariffe, i costi ed i disagi prodotti dalla burocrazia fiscale con l’introduzione di nuove norme procedurali, tutti conseguenza della Legge Finanziaria 2007. Ora anche gli "indici di normalità economica", capaci di stravolgere i risultati degli studi di settore, lo strumento cardine, frutto della concertazione e collaborazione tra le Associazioni di categoria e l’Amministrazione Finanziaria, per la determinazione della tassazione dei lavoratori autonomi.

Le nostre Organizzazioni di categoria hanno, con la sottoscrizione del protocollo d’intesa di dicembre, confermato, con senso di responsabilità, l’utilità degli studi di settore come strumento di equità, certezza e trasparenza in un rapporto di reciproca collaborazione tra Fisco e Contribuente. Ma gli studi di settore possono funzionare solo se frutto di collaborazione e concertazione tra le parti. Predisporre unilateralmente modifiche sostanziali capaci di stravolgerli completamente con provvedimenti frettolosi, iniqui, tecnicamente sbagliati, addirittura con applicazione retroattiva (quello che è avvenuto con l’introduzione degli "indicatori di normalità economica"), significa, da parte del Governo, mettere in discussione proprio la "filosofia" degli studi stessi.

Aggiungendo alle difficoltà dei mercati un fisco così iniquo sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo non meravigliamoci poi se l’unico risultato che si otterrà sarà quello che molte imprese, sane e regolari, saranno costrette a chiudere i battenti. E, per un’economia come la nostra, basata essenzialmente su piccole e medie imprese, ciò significherà imboccare la strada che porta al baratro.

Occorre infatti ricordare come nella nostra Regione l’organizzazione del sistema produttivo mostri una netta prevalenza di piccole e piccolissime imprese ed una specializzazione nei settori tradizionali fortemente vocati all’export. La distribuzione degli occupati è concentrata nelle imprese con meno di 10 addetti (le imprese artigiane assorbono il 38% dell’occupazione, contro una media nazionale del 29%); inoltre il contributo delle attività industriali alla formazione del Valore Aggiunto regionale è del 26% nelle Marche contro una media nazionale del 21% e proprio per questo il contributo della nostra regione al V.A. italiano è più elevato rispetto a quello del PIL.

Se continuerà ad esser perseguita da parte del Governo una linea di politica fiscale ed economica che penalizza le micro e piccole imprese, ineludibile sarà il rischio di distruzione dell’intero sistema economico territoriale della nostra Provincia e della nostra Regione.

Per questo è auspicabile che le questioni che oggi riproponiamo vengano assunte non soltanto come "espressione di parte", difensive di meri interessi di categoria, bensì assurgano ad una visione più generale visto che investono il futuro economico e lo sviluppo a venire dell’intero nostro territorio e della nostra comunità >>.

 

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